TU QUOQUE MEDICE

Eccellentissimo Signore,

e mi rivolgo anche ai colleghi medici, agli amici, ai concittadini, soprattutto i più bisognosi di assistenza.

Stiamo allo spedale per seppellire noi la pestilenza, non per esserne sopraffatti.
Perché il male che questo morbo fa non viva oltre di lui.


Il Decano dei Medici viene a dirci che alcuni tra noi sono inadeguati e immeritevoli di esercitare a corte.
Grave colpa se ciò fosse vero e noi con grave pena la dovremmo scontare.
Ora io con il vostro consenso, Signore, poiché il Decano è uomo avveduto e di gravosa responsabilità, e anche gli altri del Consiglio, tutte, tutte persone avvedute e responsabili…
Io sono qui a parlarvi dei miei colleghi.
Sono tutti valenti sudditi. Attenti al dettato ippocratico, giusti e scrupolosi con i malati… anche se il Decano sostiene che alcuni sono inadeguati e, il Decano è uomo avveduto e responsabile.

Sì è vero. Sulle assegnazioni ultra partes abbiamo lacrimato.
E ogni medico dovrebbe avere scorza più dura di questa.
E tuttavia sostiene il Decano che noi non dovremmo ricordarglielo il vero precetto, quello di Ippocrate, né le sovrane regole del Regno… ed egli è uomo avveduto e responsabile.
Sì è anche vero che molti tra di noi hanno continuato ad invocare con fermezza il medesimo armamentarium cogitans appannaggio degli Eletti, per quanto, essendo stati chiamati ad affiancare costoro in Lazzaretto, l’aver deciso di onorare il primum non nocēre sia parso un categorico rifiuto.

Era forse irresponsabilità la nostra?
E tuttavia è il Decano ad affermare che noi non siamo degni e il Decano, voi lo sapete, è uomo avveduto e responsabile.
Io non intervengo in questa sede a smentire il Decano ma soltanto a riferire quello che io so.
Tutti voi ci consideraste solo poco tempo fa degli eroi, non senza ragione.
Qual ragione vi vieta oggi di ascoltarci e comprenderci?

Perché o Senno fuggi dagli uomini per rifugiarti tra le belve brute?

Signori, se io venissi qui per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all’ira e alla sedizione farei torto al nostro Decano, torto farei al baldo Magio, il di lui fedele cortegiano, e torto al Gran Ciambellano, tutte persone avvedute e responsabili, come sapete.
No, no. Non farò loro un tal torto. Oh… preferirei farlo a me stesso, ai nostri colleghi, persino ai nostri malati, piuttosto che a persone avvedute e responsabili quali essi sono.

E tuttavia io porto con me le sovrane regole… e il testamento di Ippocrate.
Ebbene se tutti tenessimo a cuore questi sacri precetti, io non vorrei farveli leggere perdonatemi, allora comprenderemmo la necessità di assicurare che i medici compiano la missione cui sono chiamati attenendosi scrupolosamente al loro comandamento basilare: primum non nocēre…
No, amici no, voi non siete pietra né legno, ma uomini.
Meglio per voi ignorare, ignorare… che la suprema regola del nostro Regno tutela la salute dei cittadini. Che il dettato ippocratico è inderogabile nell’opera quotidiana di ciascun medico.
Nella sua missione.

Perché che cosa accadrebbe, cari colleghi, se noi decidessimo di attenerci scrupolosamente a questi capisaldi della nostra disciplina e della nostra scienza, di rispettarli e difenderli sino al sacrificio estremo delle nostre vite?

Dovrei…dovrei dunque smentire queste persone avvedute e responsabili e oppormi?
No… no, colleghi, no, cari pazienti… Nooo… non fate che sia io a sollevarvi in questa tempesta di ribellione.
Persone avvedute e responsabili sono codeste che ci invitano a rinnegare il dettato ippocratico, a trasgredire le sovrane regole del nostro Regno, e io non possiedo né l’esperienza né la competenza del Decano, sono soltanto un medico che cerca di onorare la sua arte, e vi parla semplice e schietto di ciò che voi stessi vedete e che di per sé stesso parla.

Le ferite, le ferite… inferte dalla pestilenza… Povere anime mute…
Chiedo loro di parlar per me.

Perché se io fossi il Decano e il Decano me, qui ora ci sarebbe un umilissimo medico che squasserebbe i vostri spiriti e che ad ognuna delle vittime della pestilenza donerebbe una lingua così eloquente da spingere fin le pietre di tutto lo spedale a sollevarsi, a rivoltarsi.

Rimango Vostro devotissimo Servitore

B. Why comest thou?

Ghost To tell thee thou shalt see me at Philippi.

William Shakespeare (Julius Cesar, Act IV, Scene III)

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