Il Paradiso degli Alberi

Di Renata Suchodolska

C’era una volta un nespolo. Viveva in un giardino e dava bellissimi frutti.
Quando i frutti furono maturi, il contadino che si prendeva cura di lui, li raccolse dai rami e li portò al mercato per venderli.
Erano di un caldo arancione e profumavano di mattino.

Mozart, Adagio Sonata F K280 (M. Uchida)


Al mercato li vide una mamma che andava pazza per l’arancione.
– Che belle nespole! – pensò – Devono essere deliziose.
Ne comprerò un po’ per mio figlio: sono sicura che gli piaceranno.


Quando ritornò a casa e aprì la busta della spesa, suo figlio alla vista delle nespole fece salti di gioia.
– Che bei frutti, mamma! Ma si possono mangiare?
– Certo, figlio mio. Sono anche molto buoni e sani.
Tagliarono le nespole per mangiarle. All’interno dei frutti il bambino notò tre grossi semi marroni.
– Oh, mamma – esclamò il bambino – potrei piantarli?
La mamma, dopo un attimo di esitazione, rispose:
– Beh… sì, perché no, puoi piantarli. Ma non basta.
– Cosa vuol dire “non basta”? – chiese stupito il bambino.
Significa che poi dovrai anche prenderti cura di loro.
– Ma come? Saranno sotto terra…
Certamente, ma per germogliare necessitano d’acqua e calore.
– Va bene. Farò così – il bambino era entusiasta.
E poi…
– E poi?
Quando la pianta spunterà da sotto la terra sarà molto vulnerabile.
– Cosa vuol dire vulnerabile?
Vuol dire, che avrà ancor più bisogno delle tue cure, delle tue attenzioni. La dovrai annaffiare, dovrai controllare se non ha per caso troppo freddo o troppo caldo, le dovrai procurare del terriccio fresco. E non solo quando ne hai voglia, ma sempre.
– Sempre?
– Sì. Questa pianta apparterrà a te. Ne sarai responsabile.
– Responsabile?
Vuol dire che la sua sopravvivenza dipenderà da te.
– Cioè… – il bambino era incerto – potrò decidere se farla vivere o… morire…?
Sì.
Il bambino divenne silenzioso. Andò nella sua stanza con i semi in mano. Si sedette sul lettino e pensò. Dopo qualche tempo ritornò dalla mamma.
– Ho capito – disse.
– Sì? Cosa hai capito? – chiese la mamma.
– È come se io fossi la pianta. Tu e babbo avete deciso di piantarla e adesso ne siete res… respon…
Responsabili.
– Sì, responsabili per me. Mi volete bene e fate di tutto perché io possa vivere.
– Certamente, figlio mio.
– Allora lo farò anch’io con la pianta. La farò nascere e poi mi prenderò cura di lei. Sarà come se fosse un figlio per me.
E così fece. Tutti i giorni, per prima cosa dopo essersi alzato, annaffiava il punto dove aveva deposto i semi e lo guardava speranzoso.
Dopo lungo tempo la superficie della terra iniziò finalmente a smuoversi.
All’inizio pochissimo. Appena, appena. Il bambino osservava incuriosito.

Il giorno seguente spuntò un filo verde, che col passar del tempo si fece sempre più forte. Poi sui lati comparirono delle piccole protuberanze: erano le prime foglie.
Il bambino era felicissimo. La pianta cresceva e lui insieme con lei.
Passarono tre anni.
Il nespolo aveva ormai una folta chioma. Ma un brutto giorno il bambino si accorse che l’alberello ormai soffriva; i ramoscelli iniziavano a seccarsi.
– Mamma, come mai? – chiese preoccupato il bambino. – Faccio tutto quello che devo, ma sembra che lui non sia felice…
È troppo grande per stare nel vaso. Ha bisogno dell’aria aperta, del sole, della pioggia e del vento. Faremmo meglio a trapiantarlo all’aperto.
Il bambino non ne voleva sentire.
– E se gli succedesse qualcosa? Se là fuori, tutto da solo, morisse?
Noi andremo sempre a trovarlo.
– E se qualcuno gli facesse del male?
Per quale motivo gli si dovrebbe fare del male? – lo rassicurò la mamma. – È un bellissimo alberello. Quando crescerà, chiunque nel vicinato potrà prendere i suoi frutti, si potrà sedere alla sua ombra… e il tuo nespolo produrrà l’ossigeno per far respirare gli uomini…
– Non abbiamo nemmeno un giardino… – il bambino non voleva per niente al mondo rinunciare al suo alberello.
Se lo piantassimo sul prato di fronte a casa, lo potremmo andare a trovare.
Finalmente il bambino si fece convincere.
Quindi una sera, sul tardi, la mamma prese l’alberello, la paletta, l’acqua e si incamminò verso il prato per trapiantare il nespolo. Lo fece di notte perché in quei giorni, per via di un virus, non si poteva uscire senza un valido motivo e per i poliziotti trapiantare un albero sicuramente non sarebbe stato un valido motivo.
Una volta che ebbe piantato l’alberello, la mamma si soffermò fiera ad ammirarlo.
Qui starai meglio – disse alla piccola creatura. – Avrai il sole, la pioggia, il vento. Crescerai grande e forte. E noi verremo tutti i giorni a trovarti.
Il nespolo accenno un inchinò come per dire “grazie”.
Il giorno dopo la mamma ritornò sul prato di nascosto per vedere se il nespolo stava bene. Era là che frusciava silenziosamente al vento. Sembrava contento. Anche la mamma era contenta. Tornata a casa tranquillizzò il figlio, che il suo amico era al sicuro.
Però quando la mamma il giorno seguente ritornò dall’alberello per salutarlo, il cuore le si fermò per l’orrore: qualcuno aveva sradicato il piccolo dalla terra, gli aveva spezzato i rami e strappato le foglioline. La mamma cominciò a piangere per tanta inspiegabile violenza.
Chi era stato a far questo? E perché?
Rientrata a casa raccontò al figliolo quanto era accaduto. Il bambino non riusciva a crederci. Fremeva per andare a vedere di persona. Andarono insieme quella sera stessa.
Ma quando arrivarono, dell’alberello non trovarono che una fogliolina verde rimasta miracolosamente intatta.
– Dov’è? – non riusciva a capacitarsi il bambino. – Dov’è, il mio alberello? – ripeteva.
Forse… – fece per dire la mamma.
– Forse?
Forse è andato in cielo? Nel paradiso degli alberi?
– Tu credi?
Una lacrima bagnò le guance del bambino. Poi, egli chinatosi lentamente raccolse la foglia dal terreno e delicatamente la ripose nella sua scatolina dei ricordi.
Sospirò. Con un lieve sorriso aggiunse:

Sì, mamma, nel Paradiso degli Alberi…


Livorno, nel giorno di Pasqua 2020

4 commenti

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